lunedì 13 luglio 2026

Caro papà: la mia mente e quel numero che spiega tutto

Caro papà, 

non credo di averti mai scritto una lettera, neanche quando ero piccolo e le lettere erano solo un esercizio di scrittura creativa a scuola.

Ti scrivo adesso che non puoi più leggermi, perché mi preme parlarti di una cosa. E poi, visto il mezzo e le sue potenzialità, questa "lettera per te" rappresenta anche un escamotage per aprirmi con un pubblico più ampio. Sarà una lettera lunga. A te poco importa, ma per tutti gli altri: siete liberi di fare lo scroll se volete saltare qualche pezzo.

Tu lo sai: ogni volta che c'era qualcosa che accendeva il mio interesse, ti chiamavo per parlarne. In questo anno e mezzo dalla tua partenza, mi sono sorpreso tantissime volte a pensare: “Meh, mo quess l'aia dir a papà” [questo lo devo raccontare a papà]. Spesso erano cose tutto sommato semplici, banali, prive di una vera profondità; erano solo scuse per sentire la tua voce.

Ma ciò di cui voglio parlarti ora è, invece, veramente importante. Così importante da volerlo lanciare attraverso l'etere, sui piani dimensionali che ormai ci separano.

Ho misurato il mio QI (Quoziente Intellettivo). L'ho fatto due volte. Ho misurato due volte la mia intelligenza.

Mi sono sempre ritenuto una persona intelligente — lo dico senza vanagloria, anche se forse un po' me la tiro — ma ho sempre avuto una fottuta paura di una valutazione ufficiale. Un numero basso mi terrorizzava; mi sarei sentito quasi "rovinato".

(Nota per i lettori: qui non spiegherò nel dettaglio cos'è il quoziente intellettivo, vi rimando direttamente alla pagina Wikipedia sul Quoziente d'intelligenza per approfondire).

Il primo tentativo: la mente che si spegne

La prima volta che ho testato il mio QI ho usato il classico test "di tipo Norvegese": un susseguirsi di prove di logica visiva con figure geometriche, in cui devi dare il maggior numero di risposte esatte nel minor tempo possibile.

Man mano che andavo avanti, la difficoltà cresceva. Poco oltre la metà del percorso, ho avvertito una stanchezza mentale violentissima. Non riuscivo più a ragionare. Alla fine ho iniziato a "cliccare" quasi a caso, solo per raggiungere la fine del test.

Il risultato è stato comunque piacevole: 110. Un QI di 110 è un punteggio nella media, ma nella parte alta, quella che si trova nella sezione discendente della curva gaussiana.

Ma cosa significa "curva gaussiana"? Wikipedia recita: "La curva gaussiana, o distribuzione normale, è una funzio­ne di probabilità continua a forma di campana, simmetrica intorno alla media. È fondamentale in statistica perché modella fenomeni naturali e sociali (altezze, errori di misurazione, QI, risultati di esami scolastici) dove i dati si concentrano attorno a un valore centrale".

fig. 1 - Curva Gaussiana per QI tratto dal blog: Diario di una plusdotata"


Facciamo un esempio pratico. 

Tu, papà, hai insegnato, quindi ti è capitato una vita intera di dover valutare gli studenti. Su un'intera classe avrai sempre osservato tantissimi voti medi (diciamo tra il 6 e il 7 e mezzo), pochissimi casi di voti eccelsi (i 9 e i 10) e altrettanti pochi casi di gravi insufficienze. Questa è pura statistica. Se mettessimo questi risultati su un grafico — i voti sull'asse orizzontale e il numero di studenti su quello verticale — otterremmo esattamente una curva a campana. La curva di Gauss, appunto.

Lo stesso vale per il QI. È un diagramma freddo e spietato che non lascia spazio a dubbi, ed è esattamente per questo che ne avevo paura. Tutto sommato, però, 110 era un buon risultato: un'intelligenza media, ma nella fascia alta.

Però mi è rimasto il tarlo. Il tarlo di quella stanchezza e di quel finale cliccato alla cieca.

Il secondo tentativo: 135

Qualche mese dopo, e dopo essermi allenato costantemente con un'applicazione di logica e matematica (si chiama Peak e, papà, giuro che ormai non posso più farne a meno), ci ho riprovato. Ho rifatto un test di tipo norvegese, ma stavolta non in solitudine: ero monitorato da chi il test lo conosceva bene e poteva valutarne l'efficacia in modo oggettivo.

Forse è stato l'allenamento, forse l'abitudine a quel tipo di stimolo logico, o magari una maggiore elasticità mentale. O ancora, il momento della giornata, la rilassatezza, il cambio di dispositivo (tablet invece del computer). Fatto sta che questa volta il risultato è stato decisamente diverso: 135.




fig. 2 - Il mio risultato, direttamente dalla pagina di Peak

Un QI di 135 significa una cosa sola: alto potenziale cognitivo, o comunemente plusdotazione. Nella pratica, questo comporta:

  • Velocità di apprendimento: Capacità di assimilare concetti nuovi, complessi o astratti molto più rapidamente della media.

  • Pensiero laterale e pattern recognition: Facilità nel vedere collegamenti tra idee apparentemente distanti e nel risolvere problemi complessi trovando scorciatoie logiche.

  • Curiosità insaziabile: Un costante bisogno di stimoli mentali. Annoiarsi di fronte a compiti ripetitivi o troppo semplici è un grande classico.

Papà, non riuscivo a crederci. Da quel momento è cambiato completamente il mio approccio verso me stesso. Ho rifatto i calcoli sulla mia vita e ho capito tantissime cose sul mio conto.

Pensa che persino quella vecchia storia sul crespigno (Di Cencio 2017) credo sia legata a questa mia struttura mentale. O la mia facilità in matematica, la mia capacità di "banalizzarla". Ti ricordi in quarta elementare, il giorno di Carnevale? Mi diedero il permesso di andare a fare festa prima degli altri perché in classe ero stato l'unico a rispondere istantaneamente a tutte le equivalenze della lavagna.

Spesso, crescendo, mi chiedevo come fosse possibile che gli altri non capissero al volo certi passaggi logici che a me sembravano elementari. Adesso ho capito il perché.

Ho ritrovato questo 135 in ogni mio snodo culturale, accademico e scientifico. Nella mia capacità di osservazione sui fossili, negli approcci antesignani, nel vedere dettagli che pochi riescono a cogliere. Proprio di recente ho scritto un articolo scientifico in cui faccio letteralmente le pulci a un genere di fossili, i Dactylioceras del Lussemburgo (Di Cencio 2026).

L'altra faccia della medaglia: l'Intelligenza Emotiva

Certo, ci sono i lati negativi. Speso non vengo compreso in quello che dico o sostengo, sia dalla comunità scientifica quando parlo di scienze, sia dalle persone nella vita quotidiana.

Analizzando cosa significhi avere un QI di 135, ho capito di avere una scoppiettante intelligenza fluida e operativa, focalizzata sul problem solving e sulla logica. Ma mi è venuto il dubbio: non è che sto pagando questo dono sul piano emotivo?

Così ho fatto una ricerca sull'Intelligenza Emotiva (IE o EQ). Lo psicologo Daniel Goleman (1996) la suddivide in 5 pilastri:

  1. Consapevolezza di sé

  2. Autoregolazione

  3. Motivazione interna

  4. Empatia

  5. Abilità sociali

Analizzando le definizioni di questi punti, ho scoperto con sollievo di essere dotato anche di una discreta intelligenza emotiva. E la cosa splendida è che, se il QI è fortemente legato all'ereditarietà, l'EQ si può esercitare, aumentare, migliorare. Ricordo espressamente quando, intorno al 1998, presi una decisione conscia: decisi che non sarei più stato uno "zittone" scontroso, ma che sarei diventato sorridente e gentile.

Una nuova consapevolezza

Qualcuno mi ha avvertito che non tutti avrebbero accettato questa mia nuova consapevolezza. Ho fatto dei test empirici, parlandone in giro: qualcuno ha capito e ha accettato la cosa di buon grado, qualcuno non ha affatto compreso, qualcun altro ha preferito fare spallucce o prendermi in giro.

Allora ho deciso di parlarne apertamente con tutti, qui sul blog. Tutti devono sapere chi sono in realtà, il perché delle mie idee, il perché faccio quello che faccio e come lo faccio.

So che la conseguenza potrebbe essere quella di perdere i contatti di una parte di coloro che mi leggono. Fa parte del gioco. Chi rimarrà, lo farà accettando consapevolmente chi sono davvero.

Pensavo di far riassumere questo post dall'Intelligenza Artificiale (Gemini, a cui ho chiesto di correggere queste righe) per renderlo più corto e leggibile. Ma poi ho deciso di no. Ho voluto lasciarlo così, lungo e denso. La mia intelligenza non merita di essere riassunta.

Grazie papà per la pazienza di avermi letto fin qui, ovunque tu sia. E grazie a chiunque altro abbia fatto lo stesso.

Seguono stralci di QI 135, test Norvegese, cosa è l'intelligenza emotiva, bibliografia riportata:

Avere un QI (Quoziente Intellettivo) di 135 è un risultato decisamente notevole. In parole povere, significa rientrare nella fascia dell'alto potenziale cognitivo (spesso definita plusdotazione).
Per capire meglio cosa significhi questo numero, possiamo vederlo da diversi punti di vista:

La prospettiva statistica
I test del QI standard (come la scala Wechsler) sono strutturati in modo che la media della popolazione sia 100.
Un punteggio di 135 ti colloca a più di due deviazioni standard sopra la media.
Questo significa che superi circa il 99% della popolazione. In pratica, in una stanza con 100 persone prese a caso, statisticamente saresti quella con il punteggio più alto.
È un punteggio ben oltre la soglia di 130 richiesta per entrare nel Mensa (l'associazione che raccoglie il top 2% della popolazione mondiale per QI).

Cosa comporta nella vita di tutti i giorni?
Chi ha un QI di 135 tende a mostrare alcune caratteristiche cognitive specifiche:
  1. Velocità di apprendimento: Capacità di assimilare concetti nuovi, complessi o astratti molto più rapidamente della media.
  2. Pensiero laterale e pattern recognition: Facilità nel vedere collegamenti tra idee apparentemente distanti e nel risolvere problemi complessi trovando scorciatoie logiche.
  3. Curiosità insaziabile: Un costante bisogno di stimoli mentali. Annoiarsi facilmente di fronte a compiti ripetitivi o troppo semplici è un grande classico.
⚠️ Una piccola ma importante precisazione: Il QI misura la logica, la memoria di lavoro, l'abilità visuo-spaziale e la comprensione verbale. È un ottimo indicatore del "potenziale di calcolo" del cervello, ma non misura tutto. Non dice nulla sulla tua intelligenza emotiva, sulla creatività artistica, sulla determinazione o sulla capacità di essere felici nella vita. Avere un motore da Ferrari è fantastico, ma poi serve comunque saper guidare!

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Il famoso test di Mensa Norvegia! È un ottimo punto di riferimento. Tra la comunità degli appassionati di test cognitivi e gli psicologi, quel test online specifico è considerato uno degli "screening" più affidabili e seri disponibili sul web.
Visto che hai usato proprio quel test, possiamo aggiungere un paio di dettagli molto interessanti a quello che ci dicevamo prima:

Perché il test norvegese è speciale
Il test di Mensa Norvegia si basa interamente sulle matrici di Raven (quei rompicapo visivi in cui devi capire quale figura completa il disegno).
È un test "Culture-Fair": Non essendoci parole o calcoli matematici avanzati, non dipende dalla lingua che parli o dal tuo livello di istruzione. Misura puramente la tua intelligenza fluida, ovvero la capacità di pensare logicamente e risolvere problemi nuovi sul momento, senza usare conoscenze pregresse.
Usa la Deviazione Standard 15: Proprio come i test ufficiali dei medici (il WAIS). Su questa scala, la soglia per entrare nel Mensa è 130.
🎯 Con un punteggio di 135, sei andato ben oltre la soglia del Mensa (98° percentile). Il test norvegese ha un "tetto" massimo misurabile di 145, quindi il tuo 135 indica che hai risolto quasi tutte le matrici correttamente, comprese quelle finali che sono notoriamente brutali.
Ovviamente, essendo un test online rapido (da 25 o 35 minuti), si concentra solo su una "fetta" della tua intelligenza (quella visuo-spaziale). Un test psicologico completo misurerebbe anche la memoria a breve termine, la velocità di elaborazione e la comprensione verbale. Però, come indicatore del tuo potenziale logico, è un risultato straordinario.

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Se il QI misura la potenza di calcolo del tuo "computer centrale" (la logica pura, la memoria, l'astrazione), l'Intelligenza Emotiva (IE o EQ) misura quanto quel computer sia bravo a gestire il software delle relazioni e delle risposte interiori.
In parole semplici, è la capacità di riconoscere, comprendere e gestire in modo intelligente sia le proprie emozioni sia quelle degli altri.
Il dottor Daniel Goleman, lo psicologo che ha reso celebre questo concetto negli anni '90, l'ha divisa in 5 pilastri fondamentali:
  1. Consapevolezza di séÈ la capacità di dare un nome a ciò che provi nel momento esatto in cui lo provi. Significa non farsi travolgere da un'emozione senza capire da dove nasca (ad esempio, rendersi conto che l'irritazione verso un amico in realtà è solo stanchezza accumulata durante il giorno).
  2. Autoregolazione - Non essere schiavi dei propri impulsi. Chi ha una buona autoregolazione non "esplode" appena qualcosa va storto e non agisce d'impulso dettato dalla rabbia o dalla paura; riesce a fare un passo indietro emotivo e a scegliere la reazione più razionale ed efficace.
  3. Motivazione interna - La spinta ad agire che non dipende da ricompense esterne (come soldi o status), ma da una passione interiore, dalla curiosità o dal desiderio di raggiungere un obiettivo personale. È la capacità di auto-sollecitarsi anche quando svanisce l'entusiasmo iniziale.
  4. Empatia - La capacità di "mettersi nei panni degli altri", intercettando i loro stati d'animo anche se non li esprimono chiaramente a parole. Significa saper leggere il linguaggio del corpo, il tono di voce e capire il contesto emotivo di chi ci sta di fronte.
  5. Abilità sociali - Saper navigare le relazioni umane. Include la capacità di risolvere conflitti senza litigare, saper lavorare in squadra, comunicare in modo chiaro e creare legami autentici con le persone.
💡 La grande differenza con il QI: Il QI è in gran parte ereditario e tende a rimanere piuttosto stabile nel corso della vita adulta. L'intelligenza emotiva, invece, è una competenza che si può allenare, sviluppare e migliorare a qualsiasi età.
Nella vita di tutti i giorni, le due intelligenze lavorano al meglio quando sono in equilibrio: il QI ti permette di risolvere problemi complessi e di superare i test della Norvegia, mentre l'intelligenza emotiva ti permette di gestire l'ansia prima di quel test, di non mollare quando sei stanco e di spiegare i tuoi risultati agli altri senza sembrare presuntuoso.

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Bibliografia


Di Cencio A. (2017) - La ricerca de... li cascigne..., ...Con lo zaino sulle spalle..., Blogger.com https://conlozainosullespalle.blogspot.com/2017/11/la-ricerca-de-li-cascigne.html


Di Cencio A. (2026) - The ammonite fauna of the Bifrons Zone (Lower Toarcian) of Sanem and Soleuvre (Grand-duchy of Luxembourg). Ferrantia, 96: 5-38.

Goleman D. (1995). Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ. New York: Bantam Books.