lunedì 13 luglio 2026

Caro papà: la mia mente e quel numero che spiega tutto

Caro papà, 

non credo di averti mai scritto una lettera, neanche quando ero piccolo e le lettere erano solo un esercizio di scrittura creativa a scuola.

Ti scrivo adesso che non puoi più leggermi, perché mi preme parlarti di una cosa. E poi, visto il mezzo e le sue potenzialità, questa "lettera per te" rappresenta anche un escamotage per aprirmi con un pubblico più ampio. Sarà una lettera lunga. A te poco importa, ma per tutti gli altri: siete liberi di fare lo scroll se volete saltare qualche pezzo.

Tu lo sai: ogni volta che c'era qualcosa che accendeva il mio interesse, ti chiamavo per parlarne. In questo anno e mezzo dalla tua partenza, mi sono sorpreso tantissime volte a pensare: “Meh, mo quess l'aia dir a papà” [questo lo devo raccontare a papà]. Spesso erano cose tutto sommato semplici, banali, prive di una vera profondità; erano solo scuse per sentire la tua voce.

Ma ciò di cui voglio parlarti ora è, invece, veramente importante. Così importante da volerlo lanciare attraverso l'etere, sui piani dimensionali che ormai ci separano.

Ho misurato il mio QI (Quoziente Intellettivo). L'ho fatto due volte. Ho misurato due volte la mia intelligenza.

Mi sono sempre ritenuto una persona intelligente — lo dico senza vanagloria, anche se forse un po' me la tiro — ma ho sempre avuto una fottuta paura di una valutazione ufficiale. Un numero basso mi terrorizzava; mi sarei sentito quasi "rovinato".

(Nota per i lettori: qui non spiegherò nel dettaglio cos'è il quoziente intellettivo, vi rimando direttamente alla pagina Wikipedia sul Quoziente d'intelligenza per approfondire).

Il primo tentativo: la mente che si spegne

La prima volta che ho testato il mio QI ho usato il classico test "di tipo Norvegese": un susseguirsi di prove di logica visiva con figure geometriche, in cui devi dare il maggior numero di risposte esatte nel minor tempo possibile.

Man mano che andavo avanti, la difficoltà cresceva. Poco oltre la metà del percorso, ho avvertito una stanchezza mentale violentissima. Non riuscivo più a ragionare. Alla fine ho iniziato a "cliccare" quasi a caso, solo per raggiungere la fine del test.

Il risultato è stato comunque piacevole: 110. Un QI di 110 è un punteggio nella media, ma nella parte alta, quella che si trova nella sezione discendente della curva gaussiana.

Ma cosa significa "curva gaussiana"? Wikipedia recita: "La curva gaussiana, o distribuzione normale, è una funzio­ne di probabilità continua a forma di campana, simmetrica intorno alla media. È fondamentale in statistica perché modella fenomeni naturali e sociali (altezze, errori di misurazione, QI, risultati di esami scolastici) dove i dati si concentrano attorno a un valore centrale".

fig. 1 - Curva Gaussiana per QI tratto dal blog: Diario di una plusdotata"


Facciamo un esempio pratico. 

Tu, papà, hai insegnato, quindi ti è capitato una vita intera di dover valutare gli studenti. Su un'intera classe avrai sempre osservato tantissimi voti medi (diciamo tra il 6 e il 7 e mezzo), pochissimi casi di voti eccelsi (i 9 e i 10) e altrettanti pochi casi di gravi insufficienze. Questa è pura statistica. Se mettessimo questi risultati su un grafico — i voti sull'asse orizzontale e il numero di studenti su quello verticale — otterremmo esattamente una curva a campana. La curva di Gauss, appunto.

Lo stesso vale per il QI. È un diagramma freddo e spietato che non lascia spazio a dubbi, ed è esattamente per questo che ne avevo paura. Tutto sommato, però, 110 era un buon risultato: un'intelligenza media, ma nella fascia alta.

Però mi è rimasto il tarlo. Il tarlo di quella stanchezza e di quel finale cliccato alla cieca.

Il secondo tentativo: 135

Qualche mese dopo, e dopo essermi allenato costantemente con un'applicazione di logica e matematica (si chiama Peak e, papà, giuro che ormai non posso più farne a meno), ci ho riprovato. Ho rifatto un test di tipo norvegese, ma stavolta non in solitudine: ero monitorato da chi il test lo conosceva bene e poteva valutarne l'efficacia in modo oggettivo.

Forse è stato l'allenamento, forse l'abitudine a quel tipo di stimolo logico, o magari una maggiore elasticità mentale. O ancora, il momento della giornata, la rilassatezza, il cambio di dispositivo (tablet invece del computer). Fatto sta che questa volta il risultato è stato decisamente diverso: 135.




fig. 2 - Il mio risultato, direttamente dalla pagina di Peak

Un QI di 135 significa una cosa sola: alto potenziale cognitivo, o comunemente plusdotazione. Nella pratica, questo comporta:

  • Velocità di apprendimento: Capacità di assimilare concetti nuovi, complessi o astratti molto più rapidamente della media.

  • Pensiero laterale e pattern recognition: Facilità nel vedere collegamenti tra idee apparentemente distanti e nel risolvere problemi complessi trovando scorciatoie logiche.

  • Curiosità insaziabile: Un costante bisogno di stimoli mentali. Annoiarsi di fronte a compiti ripetitivi o troppo semplici è un grande classico.

Papà, non riuscivo a crederci. Da quel momento è cambiato completamente il mio approccio verso me stesso. Ho rifatto i calcoli sulla mia vita e ho capito tantissime cose sul mio conto.

Pensa che persino quella vecchia storia sul crespigno (Di Cencio 2017) credo sia legata a questa mia struttura mentale. O la mia facilità in matematica, la mia capacità di "banalizzarla". Ti ricordi in quarta elementare, il giorno di Carnevale? Mi diedero il permesso di andare a fare festa prima degli altri perché in classe ero stato l'unico a rispondere istantaneamente a tutte le equivalenze della lavagna.

Spesso, crescendo, mi chiedevo come fosse possibile che gli altri non capissero al volo certi passaggi logici che a me sembravano elementari. Adesso ho capito il perché.

Ho ritrovato questo 135 in ogni mio snodo culturale, accademico e scientifico. Nella mia capacità di osservazione sui fossili, negli approcci antesignani, nel vedere dettagli che pochi riescono a cogliere. Proprio di recente ho scritto un articolo scientifico in cui faccio letteralmente le pulci a un genere di fossili, i Dactylioceras del Lussemburgo (Di Cencio 2026).

L'altra faccia della medaglia: l'Intelligenza Emotiva

Certo, ci sono i lati negativi. Speso non vengo compreso in quello che dico o sostengo, sia dalla comunità scientifica quando parlo di scienze, sia dalle persone nella vita quotidiana.

Analizzando cosa significhi avere un QI di 135, ho capito di avere una scoppiettante intelligenza fluida e operativa, focalizzata sul problem solving e sulla logica. Ma mi è venuto il dubbio: non è che sto pagando questo dono sul piano emotivo?

Così ho fatto una ricerca sull'Intelligenza Emotiva (IE o EQ). Lo psicologo Daniel Goleman (1996) la suddivide in 5 pilastri:

  1. Consapevolezza di sé

  2. Autoregolazione

  3. Motivazione interna

  4. Empatia

  5. Abilità sociali

Analizzando le definizioni di questi punti, ho scoperto con sollievo di essere dotato anche di una discreta intelligenza emotiva. E la cosa splendida è che, se il QI è fortemente legato all'ereditarietà, l'EQ si può esercitare, aumentare, migliorare. Ricordo espressamente quando, intorno al 1998, presi una decisione conscia: decisi che non sarei più stato uno "zittone" scontroso, ma che sarei diventato sorridente e gentile.

Una nuova consapevolezza

Qualcuno mi ha avvertito che non tutti avrebbero accettato questa mia nuova consapevolezza. Ho fatto dei test empirici, parlandone in giro: qualcuno ha capito e ha accettato la cosa di buon grado, qualcuno non ha affatto compreso, qualcun altro ha preferito fare spallucce o prendermi in giro.

Allora ho deciso di parlarne apertamente con tutti, qui sul blog. Tutti devono sapere chi sono in realtà, il perché delle mie idee, il perché faccio quello che faccio e come lo faccio.

So che la conseguenza potrebbe essere quella di perdere i contatti di una parte di coloro che mi leggono. Fa parte del gioco. Chi rimarrà, lo farà accettando consapevolmente chi sono davvero.

Pensavo di far riassumere questo post dall'Intelligenza Artificiale (Gemini, a cui ho chiesto di correggere queste righe) per renderlo più corto e leggibile. Ma poi ho deciso di no. Ho voluto lasciarlo così, lungo e denso. La mia intelligenza non merita di essere riassunta.

Grazie papà per la pazienza di avermi letto fin qui, ovunque tu sia. E grazie a chiunque altro abbia fatto lo stesso.

Seguono stralci di QI 135, test Norvegese, cosa è l'intelligenza emotiva, bibliografia riportata:

Avere un QI (Quoziente Intellettivo) di 135 è un risultato decisamente notevole. In parole povere, significa rientrare nella fascia dell'alto potenziale cognitivo (spesso definita plusdotazione).
Per capire meglio cosa significhi questo numero, possiamo vederlo da diversi punti di vista:

La prospettiva statistica
I test del QI standard (come la scala Wechsler) sono strutturati in modo che la media della popolazione sia 100.
Un punteggio di 135 ti colloca a più di due deviazioni standard sopra la media.
Questo significa che superi circa il 99% della popolazione. In pratica, in una stanza con 100 persone prese a caso, statisticamente saresti quella con il punteggio più alto.
È un punteggio ben oltre la soglia di 130 richiesta per entrare nel Mensa (l'associazione che raccoglie il top 2% della popolazione mondiale per QI).

Cosa comporta nella vita di tutti i giorni?
Chi ha un QI di 135 tende a mostrare alcune caratteristiche cognitive specifiche:
  1. Velocità di apprendimento: Capacità di assimilare concetti nuovi, complessi o astratti molto più rapidamente della media.
  2. Pensiero laterale e pattern recognition: Facilità nel vedere collegamenti tra idee apparentemente distanti e nel risolvere problemi complessi trovando scorciatoie logiche.
  3. Curiosità insaziabile: Un costante bisogno di stimoli mentali. Annoiarsi facilmente di fronte a compiti ripetitivi o troppo semplici è un grande classico.
⚠️ Una piccola ma importante precisazione: Il QI misura la logica, la memoria di lavoro, l'abilità visuo-spaziale e la comprensione verbale. È un ottimo indicatore del "potenziale di calcolo" del cervello, ma non misura tutto. Non dice nulla sulla tua intelligenza emotiva, sulla creatività artistica, sulla determinazione o sulla capacità di essere felici nella vita. Avere un motore da Ferrari è fantastico, ma poi serve comunque saper guidare!

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Il famoso test di Mensa Norvegia! È un ottimo punto di riferimento. Tra la comunità degli appassionati di test cognitivi e gli psicologi, quel test online specifico è considerato uno degli "screening" più affidabili e seri disponibili sul web.
Visto che hai usato proprio quel test, possiamo aggiungere un paio di dettagli molto interessanti a quello che ci dicevamo prima:

Perché il test norvegese è speciale
Il test di Mensa Norvegia si basa interamente sulle matrici di Raven (quei rompicapo visivi in cui devi capire quale figura completa il disegno).
È un test "Culture-Fair": Non essendoci parole o calcoli matematici avanzati, non dipende dalla lingua che parli o dal tuo livello di istruzione. Misura puramente la tua intelligenza fluida, ovvero la capacità di pensare logicamente e risolvere problemi nuovi sul momento, senza usare conoscenze pregresse.
Usa la Deviazione Standard 15: Proprio come i test ufficiali dei medici (il WAIS). Su questa scala, la soglia per entrare nel Mensa è 130.
🎯 Con un punteggio di 135, sei andato ben oltre la soglia del Mensa (98° percentile). Il test norvegese ha un "tetto" massimo misurabile di 145, quindi il tuo 135 indica che hai risolto quasi tutte le matrici correttamente, comprese quelle finali che sono notoriamente brutali.
Ovviamente, essendo un test online rapido (da 25 o 35 minuti), si concentra solo su una "fetta" della tua intelligenza (quella visuo-spaziale). Un test psicologico completo misurerebbe anche la memoria a breve termine, la velocità di elaborazione e la comprensione verbale. Però, come indicatore del tuo potenziale logico, è un risultato straordinario.

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Se il QI misura la potenza di calcolo del tuo "computer centrale" (la logica pura, la memoria, l'astrazione), l'Intelligenza Emotiva (IE o EQ) misura quanto quel computer sia bravo a gestire il software delle relazioni e delle risposte interiori.
In parole semplici, è la capacità di riconoscere, comprendere e gestire in modo intelligente sia le proprie emozioni sia quelle degli altri.
Il dottor Daniel Goleman, lo psicologo che ha reso celebre questo concetto negli anni '90, l'ha divisa in 5 pilastri fondamentali:
  1. Consapevolezza di séÈ la capacità di dare un nome a ciò che provi nel momento esatto in cui lo provi. Significa non farsi travolgere da un'emozione senza capire da dove nasca (ad esempio, rendersi conto che l'irritazione verso un amico in realtà è solo stanchezza accumulata durante il giorno).
  2. Autoregolazione - Non essere schiavi dei propri impulsi. Chi ha una buona autoregolazione non "esplode" appena qualcosa va storto e non agisce d'impulso dettato dalla rabbia o dalla paura; riesce a fare un passo indietro emotivo e a scegliere la reazione più razionale ed efficace.
  3. Motivazione interna - La spinta ad agire che non dipende da ricompense esterne (come soldi o status), ma da una passione interiore, dalla curiosità o dal desiderio di raggiungere un obiettivo personale. È la capacità di auto-sollecitarsi anche quando svanisce l'entusiasmo iniziale.
  4. Empatia - La capacità di "mettersi nei panni degli altri", intercettando i loro stati d'animo anche se non li esprimono chiaramente a parole. Significa saper leggere il linguaggio del corpo, il tono di voce e capire il contesto emotivo di chi ci sta di fronte.
  5. Abilità sociali - Saper navigare le relazioni umane. Include la capacità di risolvere conflitti senza litigare, saper lavorare in squadra, comunicare in modo chiaro e creare legami autentici con le persone.
💡 La grande differenza con il QI: Il QI è in gran parte ereditario e tende a rimanere piuttosto stabile nel corso della vita adulta. L'intelligenza emotiva, invece, è una competenza che si può allenare, sviluppare e migliorare a qualsiasi età.
Nella vita di tutti i giorni, le due intelligenze lavorano al meglio quando sono in equilibrio: il QI ti permette di risolvere problemi complessi e di superare i test della Norvegia, mentre l'intelligenza emotiva ti permette di gestire l'ansia prima di quel test, di non mollare quando sei stanco e di spiegare i tuoi risultati agli altri senza sembrare presuntuoso.

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Bibliografia


Di Cencio A. (2017) - La ricerca de... li cascigne..., ...Con lo zaino sulle spalle..., Blogger.com https://conlozainosullespalle.blogspot.com/2017/11/la-ricerca-de-li-cascigne.html


Di Cencio A. (2026) - The ammonite fauna of the Bifrons Zone (Lower Toarcian) of Sanem and Soleuvre (Grand-duchy of Luxembourg). Ferrantia, 96: 5-38.

Goleman D. (1995). Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ. New York: Bantam Books.






domenica 10 settembre 2023

Le melanzane e le ammoniti

         La melanzana, Solanum melongena Linnaeus, 1758, è il frutto edibile di una pianta erbacea di origine asiatica, utilizzato moltissimo nella cucina mediterranea. La melanzana è diffusissima nella cucina italiana in ricette iconiche come la calabrese “Melanzana alla parmigiana”, o sott’aceto (splendide crude), o grigliate.



            È importante mangiare la melanzana tramite classica cottura o trasformazione con l’aceto (che è una sorta di cottura) perché tutti i vegetali del gruppo delle Solanaceae contengono la Solanina che è un alcaloide glicosico tossico. Non procura la morte, ma rimane una tossina. La solanina si annulla tramite cottura a 243°, ma anche a 170° (ad esempio nella frittura, oppure grigliata) la solanina si riduce tantissimo.

 La melanzana presenta anche un’altra problematica, ha un sapore amaro. L’amarezza è dovuta alla presenza di antociani, un composto polifenolico metabolito secondario vegetale. Dal greco “fiore blu”, l’antociano è il composto che da’ il colore al fiore e al frutto della melanzana, è presente per lo più nella buccia e nei semi.

 Una delle tecniche utilizzare per ridurre l’amarezza della melanzana è di tagliarla a fette, cospargere ogni fetta di sale e lasciare tutto a drenare l’acqua che produce (di colore violacea). Per favorire il processo usualmente si tende a voler strizzare o pressare le fette di melanzana con un peso.

Volevo fare le melanzane grigliate e quindi dovevo eliminare l’amaro, secondo quanto già detto, ma non riuscivo a trovare un peso adatto e guardandomi attorno l’ho vista e mi sono chiesto se…


 Poche domande e ho preso il peso e l’ho posizionato, avvolto in un fazzoletto, su di un piatto a sua volta posizionato sulle melanzane.

 Si tratta del fossile dell’ammonite Geczyceras bonarellii (Parish & Viale, 1906), diffuso nel dominio tetideo mediterraneo e nordeuropeo durante il Toarciano superiore, parte finale del Giurassico inferiore.


            L’esemplare proviene dagli strati affioranti a Belmont, in Francia ed è caratterizzato da una conchiglia planispiralata mediamente evoluta con ornamentazione caratterizzata da coste lievemente proverse, affievolite nei giri esterni e legate a coppie o a gruppi di tre in tubercoli posizionati nella porzione ombelicale del fianco. Inoltre, la conchiglia è impreziosita da linee di sutura finemente cesellate che fanno di questo gruppo di ammoniti tra le più belle ed affascinanti.

E così con queta idea folle ho avuto modo di parlare delle melanzane e delle ammoniti.

Ps. Tutte le informazioni riguardanti le melanzane provengono da wikipedia.

sabato 20 febbraio 2021

Il mio primo anno di Coronavirus

La data non la ricordo affatto, quindi potrebbe essere circa un anno, e il telegiornale non lo vedevo, impegnato in cartoni animati con Emma, tuttavia ovviamente ero a conoscenza di una situazione sanitaria in crisi in Cina.

Ma d'altronde ogni 3 per 2 un brutto male era causato dai cinesi, almeno secondo una certa televisione e una certa politica.

E tutti gli allarmi dopo un po' rientravano.

Questa volta era differente e nei corridoi scolastici serpeggiava la paura.

E lavarsi le mani, starnutire nel gomito, pulizia e attenzione

Finché un giorno in classe due ragazzi, in classe, una prima media, si passano una mascherina.

La mascherina, questa new entry, semisconosciuta, con cui saremmo scesi a patti di lì a poco.

Era una mascherina credo fatta in casa, a fiori, apparteneva ad una ragazza di origine vietnamita, dettaglio di rilievo per quello che sarebbe successo di lì a poco.

La mascherina era mostrata come curiosa novità e i ragazzi ci giocavano, ma era necessario porsi il problema di capire quello che succedeva.

Avremmo capito dopo che "passarsi una mascherina" era tra le azioni più pericolose mai fatte.

Allora ci siamo posti il problema di cominciare a lavorare, in scienze, sulla situazione in essere con l'obiettivo di cercare di comprendere cosa stesse succedendo, e perché tutti fossero così allarmati.

La ricerca l'abbiamo fatta su internet, di classe prima e di gruppo poi, tramite ricerca per parole chiave, in inglese.

E abbiamo scoperto Wuhan, il market degli animali selvatici, pipistrelli e tramiti. 

Abbiamo scoperto i virus della famiglia Coronaviridae, tra cui novel Coronavirus 2019 (n-Cov 2019) e infine abbiamo scoperto la reazione delle persone a tutto quanto.

La padrona della mascherina a causa dei suoi occhi a mandorla e della sua origine, raccontò di essere stata discriminata nel paese.

Insieme alle discriminazioni di paese erano arrivate le prime notizie delle scomparse e delle persone intubate.

Abbiamo anche scoperto i complottismi, i negazionisti e i minimizzatori.

La cruda realtà era entrata in classe e allora la necessità di capire diventò ancora più prepotente. 

Poi un giorno, durante una lezione sulle proprietà delle potenze, a matematica, dopo che scoprimmo una sorta di simmetria a farfalla delle proprietà studiate, mi lasciai andare alla confidenza che "ma non i annoia un po' questo modo di fare lezione, io alla lavagna e voi a prendere appunti?"

Due giorni dopo inizia il lockdown, la DAD, Classroom, Meet, Gsuite... Una nuova epoca inizia, io l'ho chiamata il Cyborghiano, dove la connettività è di primaria importanza.


Questo è l'inizio della mia versione di questo anno surreale, diverso, completamente nuovo, nella sua tragicità ma anche nella sua innovazione.

 


venerdì 19 luglio 2019

50 anni sulla Luna

Mai avrei pensato di parlare e scrivere di Luna.
Non sono mai stato uno interessato chissà quanto al nostro satellite. Certo lo fotografo ma di parlarne, mah...


Segue invece, nel cinquantenario dell'allunaggio e della discesa di piede umano fuori dal nostro pianeta, la mia esperienza con la luna.

E invece un bel giorno mi hanno proposto una Luna e non mi sono più fermato. Da allora, sono due anni che giro attorno alla Luna.

Interesse nato quasi per caso. "Prof. per la tesina vorrei portare la Luna" fece Azzurra, studentessa di terza media, "bello, andiamoci allora!" replicai , pensando ad un ipotetico e fantasioso viaggio geoturistico (che va tanto di moda sulla Terra) lassù tra crateri e mari (le piane).

Un bel lavoro che ha toccato i tanti argomenti riguardanti l'andare sulla luna che coincidevano con le materie di studio, fianco la preparazione atletica per andare nello spazio.

Siamo riusciti anche a trovare una carta geologica (selenologica) del nostro satellite.

Da questo lavoro e con il contributo di altri studenti con le proprie tesine, e a loro nome, ne è nata una partecipazione a congresso (della Società Geologica Italiana, a Catania) e un articolo (accettato su rivista e presto in uscita).

La curiosità era eccitata e lo sguardo ormai è fisso. E l'eclissi totale del luglio 2018 e l'eclissi parziale del luglio 2019.


Non è finita, grazie al mio lavoro a scuola ho continuato a studiare la Luna.
Durante le lezioni di Scienze della Terra, nel lungo capitolo di esplorazione del cosmo, lontano e vicino, abbiamo scoperto l'esplorazione lunare e in modo particolare l'ultima, la cinese Chang-e 4, sul lato oscuro dove addirittura hammo fatto nascere una piantina, per la prima volta fuori dal nostro pianeta.

Insomma la Luna è diventata argomento di attualità televisiva, non si poteva più ignorarla.

E scrivo mentre una luna calante sorge gialla fuori dalla finestra.


Buonanotte e non escludo di cambiare il post domani.

Buona lettura se vi va.

sabato 12 maggio 2018

So quello che faccio (buona festa, mamma 13/05/2018)

Riporto una poesia che ho scritto già un paio di anni fa, partendo da un input ma osservando mia figlia, le sue scelte e i suoi rischi...

per parlare della festa della mamma (13/05/2018)...


Mamma, 
So quello che faccio
Quando cammino da sola.
So quello che faccio
Quando provo ad aprire la porta.
So quello che faccio
Quando cado per terra.
So quello che faccio
Quando sbatto la testa praticamente dappertutto.
So quello che faccio
Quando voglio salire a tutti i costi su di te.
So quello che faccio
Quando mi sveglio di notte e ti voglio per forza.
So quello che faccio
Quando schizzo dappertutto quando mi lavi.
So quello che faccio
Quando non mangio oppure mi sporco tutta.
So quello che faccio:
Scopro il mio mondo
E lo faccio insieme a te.



Auguri mamma per questa festa...

Andrea e Emma

mercoledì 15 novembre 2017

La ricerca de.... li cascigne...

Preambolo
A scuola, ai miei studenti, racconto spesso la storia di una mia disavventura contemporaneamente avventura successa da piccolo e con la quale parlo dello stimolo della curiosità.

Ho la fortuna di poter parlare e confrontarmi con quasi una settantina di ragazzi delle scuole medie, in due scuole differenti di Firenze, ragazzi provenienti da tantissime parti del mondo, ognuno con i propri usi e costumi e ovviamente modi di affrontare la vita.

Addirittura ho l'occasione di fare loro lezione in più lingue, arricchendo e migliorando il mio inglese, incastrato nella loro volontà di insegnarmi lo spagnolo.

E mi diverto tantissimo...

Insegno loro le matematiche e le scienze e ho osservato una cosa che li accomuna tutti, e accomuna anche i loro omologhi dell'anno passato: non sempre vanno oltre l'assegnato, non utilizzano la propria naturale curiosità che li porta a fare le scoperte di tutti i giorni, anche a scuola per approfondire gli argomenti.

Approfondimenti che spesso sono necessari non tanto per saperne di più, ma per impadronirsi della materia e fare in modo che ci diventi automatica e possa permetterci di ottenere risultati e voti soddisfacenti senza il rischio dei brutti scherzi legati alla insicurezza.

E ogni volta racconto loro di come feci la mia prima ricerca autonoma, frutto dell'impossibilità di credere a quanto la mia stessa insegnante mi stesse dicendo.

Ed è una ricerca nel mondo del mio dialetto, l'abruzzese, e delle sue traduzioni.

Il fattaccio
Un bel giorno, ero in quarta elementare, a casa di amici scopro una verdura nuova, selvatica, che puoi mangiare sia ad insalata che ripassata in padella... 

Aveva un sapore deciso e, sebbene amarognolo, molto gradevole, da cruda pizzicava il palato...

Ho chiesto il nome e me l'hanno detto

"quess è li cascigne!"

"Li cascigne", chissà quale era il loro nome in italiano... Il giorno successivo, a scuola, chiedo alla maestra.

La maestra era nuova, non quella dell'anno precedente, con lei avremmo fatto quarta e quinta e ci stavamo conoscendo. Aveva, ricordo, un modo tutto suo di affrontare le materie e, addirittura, a storia affrontammo il discorso al contrario, partendo dal recente e andando verso il passato...

Non ricordo il nome della maestra e il metodo per quanto poco ortodosso sembrava interessante, tuttavia non portò ai risultati sperati tant'è che rimanemmo con un vuoto di tutto quello che successe fino alla fine della terza elementare e quello che mancava alla fine della quinta ma andando a ritroso a partire dai giorni nostri... Insomma un casino infinito.

Vado speranzoso da lei e le chiedo quale fosse il termine italiano per "li cascigne", sicuro ci fosse come per qualsiasi parola dialettale nella nostra lingua. 

Lei mi risponde che non esisteva il corrispettivo...

Non c'era il corrispettivo? Ma che?! Scherziamo?! Non era possibile...

Torno a casa e penso d'averne parlato con i miei e loro mi proposero un vocabolario di Italiano - Abruzzese, Abruzzese - Italiano. Un libro più unico che raro, dalla copertina ormai distrutta dall'età e dall'uso, di mio zio, il quale l'ha poi rivoluto.

Cerco i famigerati "cascigne" e trovo la soluzione..

Cascigne: crespigno o cicerbita.

Li cascigne, conosciuti anche come crespigno (con le foglie crespe che pungono il palato, appunto!) o cicerbita (come viene chiamata da mia suocera qui in toscana dove vivo), sono una particolare verdura di campo, simile alla cicoria o al tarassaco, che selvatica si trova dappertutto.

Lu cascegne, o crespigno o Cicerbita, Sonchus oleraceus Linnaeus, 1753. Tratto dalla pagina wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Sonchus_oleraceus

Svelato l'arcano e tronfio di un'autostima di cui eccello e che sono coscio spesso rasenta il difetto, porto il risultato della mia scoperta ad una basita maestra.

Certo, io pecco in modi di fare, ma dall'altro lato alla risposta "non esiste" ho reagito con la ricerca con l'inconsapevole voglia di soddisfare la necessità di conoscenza, perché non può esistere un "no" ma il no deve essere dimostrato. 

E la maestra si sbagliava.

Conclusioni
Questa è stata la mia prima ricerca, libera ed indipendente, in risposta ad una risposta non soddisfacente e, come si è rivelato, anche sbagliata.

La curiosità ce l'abbiamo tutti, dobbiamo allenarla affinché ci possa aiutare duranti le fasi della nostra crescita, e non deve essere frustrata con gli "è impossibile" o i "non esiste". ' necessario che, invece, ci si provi a dare una risposta, per quanto sbalgiata, che si stimoli la naturale voglia di sfida e di conoscenza che i ragazzi hanno, incamminandosi spesso su sentieri poco battuti ma che portano alla scoperta dei più importanti tesori.


mercoledì 28 giugno 2017

Contina Di Cencio, 2016

Oggi cade il primo anniversario della pubblicazione del mio primo lavoro a nome unico. Segue la citazione e per chi fosse interessato basta cliccare sul mio nome.


Di Cencio A. (2016) - Contina, a new name for genus Vacekia Conti & Szabò, 1989 (Mollusca: Gasteropoda), preoccupied by Vacekia Buckman, 1904 (Mollusca: Ammonoidea). Boll. soc. Paleont. It., 55(1): 79-80. 




Contina gardana (Vacek, 1886), olotipo figurato da Vacek (1886, fig. a., b, c) e da Conti & Szabò (1989, fig. d)






Si rinomina Vacekia il gasteropode il cui nome è già occupato da Vacekia l'ammonite. Per le regole della nomenclatura zoologica ha diritto di precedenza il nome istituito prima e l'ammonite è stata classificata da Buckman nel 1905, mentre il gasteropode da Conti & Szabò nel 1989.

Interessante osservare come il gasteropode Vacekia e l'ammonite Vacekia fossero vissuti più o meno nello stesso periodo, al passaggio tra Giurassico inferiore e Giurassico medio (tra Toarciano e aaleniano, per chi se ne intende), come a dire che Vacekia, qualunque cosa fosse poteva essere vissuto solo allora.

E il nome, Contina, è dedicato alla prof. Conti, già Università La Sapienza, Roma, uno dei due autori di Vacekia il gasteropode.

Il lavoro nasce dall'aver riscontrato un problema, questa volta legato alla nomenclatura paleontologica, e dalla volontà di volerlo risolvere. Ma nel momento stesso che il lavoro è stato sottoposto a rivista eccolo là che nascono i problemi più insormontabili. 

Chi leggerà il lavoro osserverà che il manoscritto è stato spedito nel 2012 ma è stato possibile pubblicarlo solo nel 2016. E meno male  che non avevo velleità di concorsi universitari. Questo perché l'altro autore, Szabò, già in pensione, non diede il permesso, se non dopo 4 anni di cambiare il suo nome non utilizzabile.

Ma anche questo inghippo è stato risolto e dopo 4 anni finalmente il mio lavoro, evidentemente ritenuto opportuno, ha visto la luce.

E mi ha riempito di orgoglio perché per una volta la ricerca scientifica non è stata targata università, ma è stata anche se per poco appannaggio della libera professione.

A maggior ragione è importante per me avere un lavoro a nome unico con affiliazione presso il mio studio professionale perché questa volta non figuro come consulente, ma primo ed unico attore di un progetto, la nomenclatura aggiornata, realizzato.

Siamo rimasti in pochi a fare quello che faccio io come ambito paleontologico e quindi ben vengano le collaborazioni tra accademie ed esterni, ma anche proposte di soli esterni, altrimenti si rischia che interi ambiti di ricerca perdano professionisti e studiosi.

E infine volete mettere? Adesso il mio nome è diventato immortale!!!