Caro papà,
non credo di averti mai scritto una lettera, neanche quando ero piccolo e le lettere erano solo un esercizio di scrittura creativa a scuola.
Ti scrivo adesso che non puoi più leggermi, perché mi preme parlarti di una cosa. E poi, visto il mezzo e le sue potenzialità, questa "lettera per te" rappresenta anche un escamotage per aprirmi con un pubblico più ampio. Sarà una lettera lunga. A te poco importa, ma per tutti gli altri: siete liberi di fare lo scroll se volete saltare qualche pezzo.
Tu lo sai: ogni volta che c'era qualcosa che accendeva il mio interesse, ti chiamavo per parlarne. In questo anno e mezzo dalla tua partenza, mi sono sorpreso tantissime volte a pensare: “Meh, mo quess l'aia dir a papà” [questo lo devo raccontare a papà]. Spesso erano cose tutto sommato semplici, banali, prive di una vera profondità; erano solo scuse per sentire la tua voce.
Ma ciò di cui voglio parlarti ora è, invece, veramente importante. Così importante da volerlo lanciare attraverso l'etere, sui piani dimensionali che ormai ci separano.
Ho misurato il mio QI (Quoziente Intellettivo). L'ho fatto due volte. Ho misurato due volte la mia intelligenza.
Mi sono sempre ritenuto una persona intelligente — lo dico senza vanagloria, anche se forse un po' me la tiro — ma ho sempre avuto una fottuta paura di una valutazione ufficiale. Un numero basso mi terrorizzava; mi sarei sentito quasi "rovinato".
(Nota per i lettori: qui non spiegherò nel dettaglio cos'è il quoziente intellettivo, vi rimando direttamente alla pagina
Il primo tentativo: la mente che si spegne
La prima volta che ho testato il mio QI ho usato il classico test "di tipo Norvegese": un susseguirsi di prove di logica visiva con figure geometriche, in cui devi dare il maggior numero di risposte esatte nel minor tempo possibile.
Man mano che andavo avanti, la difficoltà cresceva. Poco oltre la metà del percorso, ho avvertito una stanchezza mentale violentissima. Non riuscivo più a ragionare. Alla fine ho iniziato a "cliccare" quasi a caso, solo per raggiungere la fine del test.
Il risultato è stato comunque piacevole: 110. Un QI di 110 è un punteggio nella media, ma nella parte alta, quella che si trova nella sezione discendente della curva gaussiana.
fig. 1 - Curva Gaussiana per QI tratto dal blog: Diario di una plusdotata"
Facciamo un esempio pratico.
Tu, papà, hai insegnato, quindi ti è capitato una vita intera di dover valutare gli studenti. Su un'intera classe avrai sempre osservato tantissimi voti medi (diciamo tra il 6 e il 7 e mezzo), pochissimi casi di voti eccelsi (i 9 e i 10) e altrettanti pochi casi di gravi insufficienze. Questa è pura statistica. Se mettessimo questi risultati su un grafico — i voti sull'asse orizzontale e il numero di studenti su quello verticale — otterremmo esattamente una curva a campana. La curva di Gauss, appunto.
Lo stesso vale per il QI. È un diagramma freddo e spietato che non lascia spazio a dubbi, ed è esattamente per questo che ne avevo paura. Tutto sommato, però, 110 era un buon risultato: un'intelligenza media, ma nella fascia alta.
Però mi è rimasto il tarlo. Il tarlo di quella stanchezza e di quel finale cliccato alla cieca.
Il secondo tentativo: 135
Qualche mese dopo, e dopo essermi allenato costantemente con un'applicazione di logica e matematica (si chiama Peak e, papà, giuro che ormai non posso più farne a meno), ci ho riprovato. Ho rifatto un test di tipo norvegese, ma stavolta non in solitudine: ero monitorato da chi il test lo conosceva bene e poteva valutarne l'efficacia in modo oggettivo.
Forse è stato l'allenamento, forse l'abitudine a quel tipo di stimolo logico, o magari una maggiore elasticità mentale. O ancora, il momento della giornata, la rilassatezza, il cambio di dispositivo (tablet invece del computer). Fatto sta che questa volta il risultato è stato decisamente diverso: 135.

Un QI di 135 significa una cosa sola: alto potenziale cognitivo, o comunemente plusdotazione. Nella pratica, questo comporta:
Velocità di apprendimento: Capacità di assimilare concetti nuovi, complessi o astratti molto più rapidamente della media.
Pensiero laterale e pattern recognition: Facilità nel vedere collegamenti tra idee apparentemente distanti e nel risolvere problemi complessi trovando scorciatoie logiche.
Curiosità insaziabile: Un costante bisogno di stimoli mentali. Annoiarsi di fronte a compiti ripetitivi o troppo semplici è un grande classico.
Papà, non riuscivo a crederci. Da quel momento è cambiato completamente il mio approccio verso me stesso. Ho rifatto i calcoli sulla mia vita e ho capito tantissime cose sul mio conto.
Pensa che persino quella vecchia storia sul crespigno (Di Cencio 2017) credo sia legata a questa mia struttura mentale. O la mia facilità in matematica, la mia capacità di "banalizzarla". Ti ricordi in quarta elementare, il giorno di Carnevale? Mi diedero il permesso di andare a fare festa prima degli altri perché in classe ero stato l'unico a rispondere istantaneamente a tutte le equivalenze della lavagna.
Spesso, crescendo, mi chiedevo come fosse possibile che gli altri non capissero al volo certi passaggi logici che a me sembravano elementari. Adesso ho capito il perché.
Ho ritrovato questo 135 in ogni mio snodo culturale, accademico e scientifico. Nella mia capacità di osservazione sui fossili, negli approcci antesignani, nel vedere dettagli che pochi riescono a cogliere. Proprio di recente ho scritto un articolo scientifico in cui faccio letteralmente le pulci a un genere di fossili, i Dactylioceras del Lussemburgo (Di Cencio 2026).
L'altra faccia della medaglia: l'Intelligenza Emotiva
Certo, ci sono i lati negativi. Speso non vengo compreso in quello che dico o sostengo, sia dalla comunità scientifica quando parlo di scienze, sia dalle persone nella vita quotidiana.
Analizzando cosa significhi avere un QI di 135, ho capito di avere una scoppiettante intelligenza fluida e operativa, focalizzata sul problem solving e sulla logica. Ma mi è venuto il dubbio: non è che sto pagando questo dono sul piano emotivo?
Così ho fatto una ricerca sull'Intelligenza Emotiva (IE o EQ). Lo psicologo Daniel Goleman (1996) la suddivide in 5 pilastri:
Consapevolezza di sé
Autoregolazione
Motivazione interna
Empatia
Abilità sociali
Analizzando le definizioni di questi punti, ho scoperto con sollievo di essere dotato anche di una discreta intelligenza emotiva. E la cosa splendida è che, se il QI è fortemente legato all'ereditarietà, l'EQ si può esercitare, aumentare, migliorare. Ricordo espressamente quando, intorno al 1998, presi una decisione conscia: decisi che non sarei più stato uno "zittone" scontroso, ma che sarei diventato sorridente e gentile.
Una nuova consapevolezza
Qualcuno mi ha avvertito che non tutti avrebbero accettato questa mia nuova consapevolezza. Ho fatto dei test empirici, parlandone in giro: qualcuno ha capito e ha accettato la cosa di buon grado, qualcuno non ha affatto compreso, qualcun altro ha preferito fare spallucce o prendermi in giro.
Allora ho deciso di parlarne apertamente con tutti, qui sul blog. Tutti devono sapere chi sono in realtà, il perché delle mie idee, il perché faccio quello che faccio e come lo faccio.
So che la conseguenza potrebbe essere quella di perdere i contatti di una parte di coloro che mi leggono. Fa parte del gioco. Chi rimarrà, lo farà accettando consapevolmente chi sono davvero.
Pensavo di far riassumere questo post dall'Intelligenza Artificiale (Gemini, a cui ho chiesto di correggere queste righe) per renderlo più corto e leggibile. Ma poi ho deciso di no. Ho voluto lasciarlo così, lungo e denso. La mia intelligenza non merita di essere riassunta.
Grazie papà per la pazienza di avermi letto fin qui, ovunque tu sia. E grazie a chiunque altro abbia fatto lo stesso.
- Velocità di apprendimento: Capacità di assimilare concetti nuovi, complessi o astratti molto più rapidamente della media.
- Pensiero laterale e pattern recognition: Facilità nel vedere collegamenti tra idee apparentemente distanti e nel risolvere problemi complessi trovando scorciatoie logiche.
- Curiosità insaziabile: Un costante bisogno di stimoli mentali. Annoiarsi facilmente di fronte a compiti ripetitivi o troppo semplici è un grande classico.
- Consapevolezza di sé - È la capacità di dare un nome a ciò che provi nel momento esatto in cui lo provi. Significa non farsi travolgere da un'emozione senza capire da dove nasca (ad esempio, rendersi conto che l'irritazione verso un amico in realtà è solo stanchezza accumulata durante il giorno).
- Autoregolazione - Non essere schiavi dei propri impulsi. Chi ha una buona autoregolazione non "esplode" appena qualcosa va storto e non agisce d'impulso dettato dalla rabbia o dalla paura; riesce a fare un passo indietro emotivo e a scegliere la reazione più razionale ed efficace.
- Motivazione interna - La spinta ad agire che non dipende da ricompense esterne (come soldi o status), ma da una passione interiore, dalla curiosità o dal desiderio di raggiungere un obiettivo personale. È la capacità di auto-sollecitarsi anche quando svanisce l'entusiasmo iniziale.
- Empatia - La capacità di "mettersi nei panni degli altri", intercettando i loro stati d'animo anche se non li esprimono chiaramente a parole. Significa saper leggere il linguaggio del corpo, il tono di voce e capire il contesto emotivo di chi ci sta di fronte.
- Abilità sociali - Saper navigare le relazioni umane. Include la capacità di risolvere conflitti senza litigare, saper lavorare in squadra, comunicare in modo chiaro e creare legami autentici con le persone.







